San Modesto, appunti di viaggio tra storia e oblio


Ci sono fiori che nascono dal fango, come ad esempio il fiore di loto. Ma ci sono anche “fiori” che germogliano in strati di oblio e di incuria e che emergono, nonostante ciò, in tutto il loro splendore nel ventre della nostra Benevento. Basta semplicemente svoltare un angolo nascosto di una piazza, percorrere un vicolo o soffermare lo sguardo su di un edificio della nostra città per scoprire essenze “nuove”, purtroppo dimenticate. Essenze che tuttavia trasudano storia, memoria.

É proprio la memoria che entra in gioco in questa storia, che tratteremo in queste poche e “modeste”righe. Una storia spazzata via, come tante altre, dalla furia dei famigerati bombardamenti del 1943, che hanno sventrato il cuore di Benevento lasciando, quasi ad imperitura memoria, vistose ferite tuttora visibili nel tessuto urbano. Ferite che si presentano spesso sottoforma di enormi “slarghi”, spiazzi (come ad esempio Piazza Orsini e Piazza Duomo prima della non costruzione dell’edificio museale, Piazza Santa Maria e l’area di Vico Bagni) o di voragini ove l’incuria ed il tempo hanno “cancellato” la percezione e la memoria dei luoghi. Prendiamo Via Episcopio, la stradina posta alle spalle del Duomo e della Curia, come esempio: venendo da via Gaetano Rummo notiamo sulla sinistra una sorta di “belvedere”, con tanto di transenne traballanti, sul Triggio e sul corso del fiume Sabato.

Basta affacciarsi per notare un enorme spazio verde, posto qualche metro al di sotto del piano di calpestio della strada e pronto a stuzzicare la nostra curiosità. Cosa c’è lì sotto? Cosa nasconde la vegetazione? Perché esiste un’area non edificata (!) in centro città? Tale curiosità ha spinto alcuni nostri meritevoli concittadini (lo “zoccolo duro” della testata giornalistica Sannio Report, che ringraziamo) a “riscoprire” quell’area, o meglio a capire cosa si cela dietro i cespugli di rovi (e non solo, vi assicuro!) visibili dal “belvedere”. Dal racconto dei novelli esploratori (e da chi scrive, che ha visitato il sito in un secondo momento), la discesa è tutt’altro che facile: un dedalo pericoloso di macerie, arbusti spinosi e…..scarpe. Si proprio quelle, non avete sbagliato a leggere.

Le calzature variopinte sono il risultato di un’accurata cernita degli indumenti donati alla Caritas che, alla stregua di una installazione d’arte figurativa, addobbano l’area, rendendola più vivace e colorata. I colori si sprecano: basta voltarsi intorno per rendersi conto della moltitudine di sacchetti gialli e di buste azzurre che, come gli iris di Van Gogh nel giardino del manicomio di Saint-Rèmy, caratterizzano anch’essi il giardino dimenticato di via Episcopio. Talmente dimenticato e nascosto agli occhi dei più che l’area è diventata un campo di tiro per gli esperti tossicodipendenti che, stufi di bersagliare le povere mura della non distante Calata Olivella, hanno preso possesso del nuovo sito, lasciando vividi simboli della loro solitudine. Solitudine che del resto pervade questo luogo, tanto indecoroso quanto misterioso.

La discesa, difatti, porta a delle (ri)scoperte sensazionali: una serie di strutture murarie che delimitano un edificio rettangolare, con orientamento Est-Ovest, scandito internamente da una fila di pilastri in laterizi con basi modanate in calcare e caratterizzato, proprio al di sotto di via Episcopio, da un settore che presenta ancora le volte a crociera di copertura. Una struttura davvero imponente, ancora apprezzabile nonostante i danni bellici, gli scempi edilizi ed il forte degrado dell’area.

Ma tali strutture a quale edificio storico appartenevano?

Due indizi vengono in nostro soccorso: una croce di ferro posta su un edificio abitativo nei pressi di via Bosco Lucarelli ed un’icona moderna raffigurante un Santo, che ricorda la presenza nell’area contermine di un edificio di culto. Un edificio di culto dedicato a San Modesto, martire del IV secolo d.C. La domanda ora sorge spontanea: cosa ci fa allora una chiesa dedicata al Santo nel popoloso Rione Libertà? La ricostruzione postbellica della città aveva previsto il doloroso abbandono dell’area posta alle spalle della Cattedrale per la riedificazione, nel 1948, della nuova chiesa nel quartiere di nuova fondazione. La costruzione del nuovo luogo di culto rappresentò l’immeritata “fine definitiva” dell’antico edificio religioso, la cui edificazione è da ascrivere probabilmente al periodo compreso tra il VII e l’VIII secolo, in un’area pluristratificata ed importantissima della Benevento altomedievale.

San Modesto, in realtà, era un monastero maschile molto potente, del quale si conservano numerosi documenti inerenti i suoi possedimenti e molto altro ancora, datati a partire dall’VIII secolo. Un edificio di culto e di potere dall’indubbia importanza, che giace sotto metri e metri di indifferenza e di inciviltà.

Come è possibile lasciare tali vestigia in queste condizioni?

Perché si continua a sversare immondizia e menefreghismo su di un complesso storico fondamentale per comprendere la storia della nostra città?

Perché?

E come se San Modesto abbia vissuto tre momenti di oblio, dei quali l’ultimo è il più indegno. Il primo coincide con l’acquisizione, nella seconda metà del XIX secolo, delle strutture da parte del comune di Benevento che, nel 1890, ne cedette una parte alla Società Elettrica. Il secondo è rappresentato dai tristi accadimenti del 1943, che portarono all’abbandono dell’edificio ed alla costruzione del nuovo, a circa un chilometro di distanza. Il terzo momento di abbandono coincide, ahinoi, con la formazione della discarica, la crescita incontrastata della vegetazione infestante, ma soprattutto con la rimozione, dalla nostra memoria, di tale significativa testimonianza.

Avvolto dai rovi e dalla nostra indifferenza, il monastero di San Modesto perde sempre più terreno nei confronti dell’ignoranza e della mancanza di rispetto verso un frammento-simbolo di un periodo di grande splendore per la nostra città, ma anche verso un momento storico di grande sofferenza (la devastazione bellica). Riappropriarsi di San Modesto vuol dire amare e rispettare la storia millenaria di Benevento, vuol dire recuperare e strappare un’area urbana al degrado. San Modesto, data la sua collocazione urbana, potrebbe facilmente rappresentare un luogo della memoria collettiva risorto dalle macerie della guerra e dell’indifferenza.

Facciamo rinascere San Modesto, curiamo questa profonda ferita ubicata nel centro storico di Benevento e sradichiamo l’ignoranza e l’indifferenza che avvolge l’area.

Viator Mentis