Costretti ad obbedire

Anno Domini 1241.

Da due anni a questa parte, esattamente dalla domenica delle palme del 1239, si è aperto un netto conflitto tra il Papato e l’Impero, ancora ben lontano dal risolversi definitivamente. Le due fazioni sono incarnate da due personaggi completamente diversi tra loro, ma che, per ragioni di conquista o forse di opportunità, sono entrati in contatto, o meglio in rotta di collisione, molto spesso negli ultimi 14 anni.

Da un lato il Papa, Gregorio IX. Nato Ugolino dei conti di Segni, uomo rigido ed inflessibile, formato dagli studi in legge a Bologna e da quelli in teologia a Parigi. Da cardinale è stato legato pontificio in Germania, Lombardia e Toscana, mediando, con autorità, la pace tra le diverse istanze belliche dei Comuni guelfi e ghibellini. Un religioso tutto d’un pezzo, capace però di grande rispetto ed amicizia verso Francesco d’Assisi e Domenico de Guzmàn.

Gregorio IX. Araldica Vaticana, XVII secolo

Gregorio IX. Araldica Vaticana, XVII secolo

Dall’altro l’Imperatore, Federico II. Nipote, da parte di padre, di Federico I Hohenstaufen, detto Barbarossa e, da parte di madre, di Ruggero II d’Altavilla, a 47 anni era già re di Sicilia, duca di Svevia, re di Germania, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Gerusalemme. Conosciuto da tutti come lo stupor mundi (stupore del mondo) o il puer Apuliae (fanciullo di Puglia), era dotato di una personalità poliedrica ed affascinante, che ha notevolmente influenzato la sua attività legislativa, artistica e culturale, volta ad unificare i popoli e polarizzata intorno alla sua corte reale di Palermo.

Federico II. Palazzo Reale, Napoli

Federico II. Palazzo Reale, Napoli

Le ostilità ripresero proprio in quella domenica delle palme del 1239, con la seconda scomunica inflitta all’Imperatore. Federico infatti, approfittando dell’abbandono della sede pontificia romana da parte di Gregorio nel 1238, sfidò apertamente il Papa, impedendo allo stesso di nominare i vescovi ed imprigionando i suoi legati, inserendosi, così, in modo netto, nel conflitto tra guelfi e ghibellini romani. Gregorio reagì energicamente, interdicendolo dai sacramenti.

Il dado era tratto, la guerra era dietro l’angolo.

Gregorio tentò di isolare l’autorità di Federico, ma allo stesso tempo rischiava di perdere l’appoggio di tutte le potenze laiche ed ecclesiastiche. Federico, dal canto suo, godeva di una grande stima nel mondo cristiano, dovuta al suo enorme carisma di sovrano illuminato. Quindi, dovendo difendere l’impero dall’attacco del ‘papa eretico’ (perché alleato degli eretici lombardi), cominciò a conquistare vari possedimenti pontifici del centro sud, con l’intento di isolare la capitale e il suo capo.

E la sua famelica espansione inglobò anche Benevento.

Nel dicembre 1239 l’Imperatore interdisse ogni commercio tra l’impero e i beneventani, incaricando della causa il giustiziere della Capitanata, Riccardo di Montefusco. Nel gennaio 1240 fu proibito ai beneventani di uscire dalla città. I nostri avi erano come topi in una gabbia cupa e soffocante, costretti, loro malgrado, a pagare sulla propria pelle le egoistiche schermaglie di due uomini assetati di potere.

L’Imperatore fece saccheggiare i dintorni di Benevento e costrinse la città ad un assedio totale. Nel febbraio 1241 la nostra comunità capitolò. Inizia così il breve periodo, più o meno un venticinquennio, della dominazione sveva su Benevento. Federico prescrisse la distruzione delle mura e delle torri che, comunque, non fu completa e la consegna di tutte le armi. Le magistrature civiche in carica, i rettori pontifici, furono completamente abolite e i funzionari imperiali, tra i quali spiccava il giurista beneventano Roffredo Epifanio, assunsero tutti i poteri.

I nostri concittadini del tempo, ridotti allo stremo a causa dell’assedio, supplicarono il sovrano di poter emigrare altrove. La risposta dell’Imperatore fu dura e non lasciò adito a speranze:

Poiché la città beneventana è pietra di inciampo e di scandalo del nostro Regno, non vogliamo che i suoi abitanti escano fuori da essa, ora che sembrano più interessati a provvedere alla loro incolumità piuttosto che a dare soddisfazione alla nostra maestà. Perciò vogliamo che tutti inaridiscano dentro per lo squallore della fame, finché siano costretti, per l’asprezza dell’inedia e la privazione di altri beni, tutti indiscriminatamente ad obbedire ai nostri comandi e mandati

(da Il registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, di C. Carbonetti Vendittelli, Roma 2002)