Il Rettore e il bastardo

 

Si avvicina il 750° anniversario della Battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, che vide la vittoria di Carlo d’Angiò e del Papa-re su Manfredi di Svevia Hohenstaufen: tale ricorrenza, per iniziativa di Francesco Morante e di un bel gruppo di intellettuali e studiosi (De Antonellis, Martignetti, Pedicini, Catapano Tomaciello), verrà rivissuto in città con alcune manifestazioni. Ebbene, in tale ottica, può essere interessante rileggere cosa su quegli eventi epocali scrisse Stefano Borgia nelle sue Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal sec. VIII al sec. XVIII, opera apparsa in Roma tra il 1763 ed il 1769.

Governatore pontificio dal 1759 al 1764 di Benevento, minuscola “isola” dello Stato Vaticano, circondata dal Regno di Napoli, il Borgia, Patrizio Romano, Vicario della sede Romana (come lui stesso si definì nell’affresco da lui voluto nel 1760 sulla volta di una delle stanze della Rocca dei Rettori, il Palazzo del potere dove soggiornava), ebbene quel Borgia scrive da studioso, ma anche da uomo di Chiesa.

E’ ovvio e comprensibile, del resto, che il Governatore (o Rettore) non possa e non voglia rinunciare al proprio status clericale, nemmeno dal punto di vista psicologico: venuto al mondo nel 1731, il Borgia, in sostanza, era “nato” ecclesiastico e null’altro avrebbe mai voluto fare nella vita.

Stefano Borgia

Il rettore pontificio Stefano Borgia.

Nominato da Papa Clemente XIII per il prestigioso incarico beneventano ancora in giovane età, il Rettore dedica un intero capitolo, il XXXIII, delle sue Memorie alla premura con la quale i Papi-re, nel corso dei secoli, avevano protetto il loro potere su Benevento, destinando scomuniche e anatemi a destra e a manca contro chiunque avesse osato attaccare quel piccolo dominio papale frutto del Trattato di Worms del 1070 e tale rimasto quasi ininterrottamente fino al 3 settembre 1860.

Si legge a pag. 248: Abbiamo in più luoghi veduto quanto sempre sia stata a cuore ai Romani Pontefici la conservazione di questa città, e quanto per essa travagliarono S. Leone IX, Niccolò II, S. Gregorio VII, ed altri suoi Successori (…) onde assicurare in essa il libero e perpetuo di lei dominio (…).

Il Rettore, tra l’altro, ricorda cosa successe nel 1250 dopo la morte dello stupor mundi, cioè Federico II di Svevia Hohenstaufen, l’Imperatore illuminato, lo straordinario discendente diretto del Barbarossa, l’uomo che lasciò la sua formidabile impronta nella storia del Mezzogiorno d’Italia ed in quella europea.

Federico II, tra il 1239 e il 1240, si era reso protagonista di un prolungato e durissimo atto di guerra nei confronti di Benevento, da lui definita pietra di inciampo e di scandalo: questa città era posta nel bel mezzo del “suo” Mezzogiorno, un corpo estraneo ed ostile al potere dello Hohenstaufen che, però, di Benevento aveva bisogno quasi come il pane, a ragione della posizione strategica dell’antica Maleventum (quella stessa che era stata esaltata dai Longobardi secoli addietro).

Ma il tempo dello “stupor mundi” era ormai passato.

E, ricorda il Borgia nella sua opera (alle pagg. 222 e segg.), che nel 1253, alla morte dell’Imperatore, il Papa Innocenzo IV aveva ripreso possesso della città senza concedere nulla a Corrado, il figlio di Federico II. Ma quantunque il Papa si opponesse a Corrado, e gli negasse l’investitura, ritenne esso ad ogni modo colla forza buona parte del Regno fino nell’anno 1254, in cui morì lasciandone erede Corrado detto Corradino suo figlio, e perché era di tenera età, alle preghiere de’ principali Baroni del tempo, assunse il carico di Balio, o sia di Governatore Manfredi figliuolo bastardo di Federigo II.

Bastardo di nome e di fatto quel Manfredi, secondo Stefano Borgia: la sgradevolissima (per una sensibilità moderna) definizione della condizione allo stato civile dell’Imperatore reggente, si accompagna infatti ad un breve ritratto di nefandezze politiche di cui si sarebbe macchiato, agli occhi del Rettore, l’erede “illegittimo” e che gli risultavano, in verità, assai urticanti.

Scrive Borgia che Manfredi: (…) seppe così bene simulare col Pontefice Innocenzo IV, che non solo ebbe dal medesimo la conferma di quanto gli aveva ceduto Federigo, cioè del Principato di Taranto, e di altri quattro Contadi, ma ottenne pure in Vicariato temporale, tutto quel Paese che dal Faro si estende fino al fiume Sale, Sele, il contado di Molise, e la terra Beneventana coll’annuo stipendio di ottomila oncie d’oro (…). Non terminò l’anno che Manfredi con somma perfidia si ribellò alla Chiesa Romana, movendole guerra, ed occupandole la città di Benevento (…).

Il ritrovamento del corpo di Manfredi da un'incisione del 1847.

Il ritrovamento del corpo di Manfredi da un’incisione del 1847.

Da questo conflitto nacque lo scontro definitivo tra Santa Romana Chiesa e lo Hohestaufen, che fu scomunicato. Il nuovo Papa Clemente IV chiese poi a Carlo d’Angiò, conte di Provenza, figlio del re di Francia Luigi VIII, di scendere in Italia per combattere contro i ghibellini e la Casa Sveva e contro il tentativo di ricostituire il Sacro Romano Impero, progetto assolutamente indigeribile per qualunque Papa-re. Carlo scese a sud con i suoi Provenzali e si scontrò con lo Hohenstaufen proprio nell’ex Capitale del Principato longobardo. Qui il “bastardo” trovò la morte e fu sepolto in co’ del ponte presso a Benevento / sotto l’ombra della grave mora, come si legge nel Canto III del Purgatorio di un commosso Dante Alighieri, che volle ricordare quel Manfredi descrivendolo con questo verso ammirato: biondo era e bello e di gentile aspetto. Scomunicato sì, ma non tanto peccatore da meritarsi l’Inferno.

Nelle parole del Borgia, invece, non v’è traccia di quella potente pietas che sottende la sublime lirica dantesca. Il fatto è, però, che Dante era ferocemente ed apertamente critico nei confronti della bufala della Donazione di Costantino, il falso documento del IV secolo attribuito all’Imperatore romano e che, a lungo, giustificò la fondatezza e la legittimità del potere temporale del Papa-re.

Giudizio, però, che risultava politicamente scorretto al Rettore.