Il Santo che non c’è più

E’ rimasta solo un’epigrafe di una chiesa che circa mille anni or sono sorgeva in Benevento proprio dove oggi svetta la Rocca dei Rettori.

Solo una un pò accidentata iscrizione di epoca medievale, incastonata ad oltre due metri d’altezza in un muro portante del complesso monumentale oggi sede della Provincia, ricorda il luogo di culto dedicato a san Leone IX, nato Brunone dei Conti di Egisheim-Dagsburg (1002 – 1054) , 152° Papa (dal 1049 alla morte).

Un breve, ma intenso saggio di Paola Caruso dal titolo: “L’iscrizione del vescovo Oudalricus e la chiesa perduta di San Leone IX di Benevento”, proprio di recente apparso per Associazione Genesi nel volume a cura di Heikki Solin “Le epigrafi della Valle di Comino”, Atti dell’XI convegno epigrafico cominese, Sora-Atina, 30-31 maggio 2014, ricostruisce la memoria sul quel luogo di culto perduto e, con essa, una delle più travagliate pagine di storia della città di Benevento, destinata a culminare, qualche decennio più tardi, nella particolarissima sua configurazione di “enclave” (estesa circa 150 Kmq.) dello Stato Pontificio all’interno di un altro Stato.

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L’iscrizione del vescovo Oudalricus.

L’indagine della Caruso si è svolta all’interno del complesso monumentale della Rocca dei Rettori che è composto, principalmente, da due distinti edifici: un torrione, di epoca longobarda, eretto nell’870, ed il Palazzo dei Governatori Pontifici, realizzato alcuni secoli più tardi a partire dal 1321 per ordine di Papa Giovanni XXII (che sedeva ad Avignone in Francia).

Lo studio della docente beneventana costituisce – come dire? – l’effetto collaterale di un più ampio ragionamento e di una più vasta analisi scientifica delle numerosissime epigrafi (oltre 900) di cui è dotata il capoluogo sannita e che furono oggetto di un altro Convegno di studi, svoltosi in città, a Palazzo Paolo V, il 12 ottobre del 2009 ed i cui Atti furono pubblicati, a cura della stessa docente, con il titolo: “Antiqua Beneventana. La storia della città romana attraverso la documentazione epigrafica” (Edizioni La Provincia Sannita, 2013).

Tra quelle 900 e passa epigrafi romane sembrò alla Caruso e allo stesso prof. Solin (questo sodalizio culturale va avanti da tempo) dedicare rinnovata attenzione ad una di epoca medievale. Come si legge nel testo consegnato dalla Caruso al Convegno di Sora-Atina, quella iscrizione, “entrando nella Rocca dei Rettori, dall’attuale ingresso principale che affaccia sui giardini, si può osservare sulla parete sinistra dell’androne, a circa 2,50 m dal suolo”. I due studiosi, un bel giorno, in mia presenza, si “arrampicarono” su quel muro della Rocca, analizzarono l’epigrafe e da quella “scalata” è nato il saggio innanzi citato.

L’epigrafe in questione, annota la saggista, ha le seguenti “misure: h. totale 20 cm; l. 127,1 cm; h. fascia scritta 9 cm; h. lettere 3-5 cm.”.

Sulla pietra sono scolpite queste parole: “† Devote presul satis Oudalricus amenus presens mostrat templum pariterq(ue) sacravit almifici noni pape sub honore Leon[is]”. Trad.: «(Crux) con devozione il vescovo Oudalrico in persona mostra molto felice la chiesa e al tempo stesso la consacra al titolo di san Leone IX papa».

Su questa base si sviluppa il saggio presentato nel Convegno di Sora-Atina e la cui lettura è molto interessante per una molteplicità di ragioni che cercherò di riassumere.

Diciamo, innanzitutto, che l’epigrafe in realtà aveva la funzione di lanciare un preciso messaggio politico-diplomatico sia ai bravi e comuni fedeli cristiani che andavano ad ascoltar Messa, sia agli uomini potenti di 950 anni fa circa.

La chiesa, che oggi non c’è più forse perché crollata per un terremoto, fu eretta, dice la Caruso, “in onore di papa Leone IX, una figura chiave dell’XI secolo che si trovò al centro di importanti rivolgimenti, cercando di imporre sempre l’autorità e il dominio della chiesa di Roma sui Normanni, sui Longobardi e sui Bizantini”.

Insomma, non una cosa di poco conto: il Papa era impegnato in uno scontro formidabile. Per conservare e riaffermare il proprio potere politico-militare-religioso, innanzitutto, il Papa di Roma era in ovvia contrapposizione con l’altro portatore dello stesso messaggio cristiano: il rito romano ed il rito bizantino, attivo dall’altra parte dell’Adriatico, nell’attuale Turchia, erano da tempo l’un contro l’altro armati. Nello scacchiere italiano, poi, a fare da spettatori interessati a quel conflitto e, nel contempo, a svolgere proprie politiche in funzione dei loro interessi erano numerose altre forze, in particolare appunto Normanni e Longobardi (in attesa che si precipitassero nello Stivale altri popoli).

Benevento aveva dignità di Capitale del Principato Longobardo che, ricorda la Caruso “estendeva il suo dominio fino alla valle di Comino”; ma quella dominazione nel secolo XI era in crisi: d’altra parte Benevento era crocevia dello scontro delle faglie tettoniche costituito dalle superpotenze del tempo.

Dice la Caruso: “Il papa Leone IX soggiornò in Benevento dal 22 giugno 1053 al 12 marzo 1054, prigioniero dei normanni che lo avevano sconfitto a Civitate. Mentre si trovava a Benevento, il papa Leone IX scomunicò il principe beneventano [longobardo, NdR] Landolfo VI e nominò anche un nuovo vescovo di nome Oudalricus, il quale volle perpetuare il ricordo del papa in città, anche dopo la morte di questi, avvenuta circa un mese dopo la partenza, il 19 aprile 1054, intitolandogli una chiesa, che fu costruita tra il 1054 e il 1069, quando lo stesso Oudalricus morì”.

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La prof. Paola Caruso e il prof. Heikki Solin che ispezionano l’epigrafe.

E’ opportuno ricordare che “come fanno notare anche gli Acta Sanctorum la venerazione per il papa Leone IX cominciò subito dopo la sua morte, a causa dei miracoli verificatisi intorno alla sua tomba. La chiesa costruita da Oudalricus a Benevento in onore di Leone IX precede addirittura la sua canonizzazione avvenuta nel 1087 ad opera del papa Vittore III, l’ex abate di Montecassino, il beneventano Desiderio”.

Ma è ovvio che, al di là degli aspetti religiosi, la sostanza del discorso, cioè dell’epigrafe, è un altro. Insomma, il vescovo Oudalricus scolpisce sulla pietra della chiesa di san Leone IX questo pensiero: “Cari Normanni, cari Longobardi, cari Bizantini, cari Chicchessia, io sto col Papa e Benevento sta col Papa. Fatevene una ragione”.

Noi contemporanei abbiamo una qualche difficoltà ad approcciare questi discorsi perché non siamo abituati (con un Papa come Bergoglio, poi) a vedere un Santo Padre scendere in battaglia per difendere ed anzi incrementare i confini del proprio Stato. Ma a quell’epoca la storia, la politica e la diplomazia viaggiavano su binari del tutto diversi: nel Medioevo nessuno si stupiva se un Papa (parliamo dell’VIII secolo) dava ordine a Carlo Magno (dicesi: Carlo Magno) di occupare Benevento longobarda.

La “Donazione di Costantino”, la Constitutum Constantini, cioè il fondamento stesso del potere temporale dei Papi, datata 30 marzo 315, il supposto editto dell’imperatore romano Costantino I con il quale si assegnavano al Papa Silvestro I poteri reali era ancora ritenuto autentico, in quanto Dante Alighieri, che l’avrebbe contestato con asprezza, e Lorenzo Valla, che ne avrebbe dimostrato scientificamente la falsità, erano ancora al di là dal nascere.

In ogni caso, la storia dimostrò come Oudalricus avesse visto giusto: pochi anni dopo aver curato la sua iscrizione l’antica capitale dei longobardi, estintasi la dinastia (fu una sua maledizione la morte dei figli maschi di Landolfo?…), divenne, per effetto del Trattato di Worms del 1070, dominio pontificio a tutti gli effetti e tale restò fino al 1860, dunque quasi ininterrottamente per otto secoli. Direi: anche per i Longobardi “sic transit gloria mundi”, per la gloria del Papa-re.

Il saggio della Caruso analizza questi risvolti politici; ricorda come a Benevento si fossero formate due fazioni, l’una a favore, l’altra contro il Papa-re; e sottolinea: “L’edificazione della chiesa, la promozione del culto di san Leone a Benevento, la conferma dalla santificazione del pontefice proprio ad opera di un beneventano sembrano un’operazione eminentemente politica, volta a legittimare il vero e proprio colpo di stato attuato a danno della dinastia longobarda beneventana, incarnata dallo sfortunato principe Landolfo VI, che nel 1073 aveva dovuto firmare la constitutio in cui si dichiarava vassallo della chiesa e come un eroe tragico, come fa notare anche Pietro Giannone, dovette assistere impotente alla dissoluzione della sua casata, per la morte prematura di tutti i suoi figli e alla fine del dominio longobardo dopo oltre 500 anni di esistenza”.

C’è ancora qualcosa da dire su quella iscrizione.

L’epigrafe all’interno della Rocca, annota la Caruso, è di grande rilievo perché “è anche un importante documento delle trasformazioni linguistiche e della scrittura epigrafica, presentando elementi di innovazione che troveranno compimento nei secoli successivi”.

In sostanza, la lingua latina, come ogni lingua, è un’entità dinamica: dà ampia accoglienza ai neologismi ed anche l’iscrizione della Rocca è testimone dei processi evolutivi del tempo: nuove parole accedono all’uso comune, altre scompaiono, altre ancora si modificano sia pur lievemente. Inoltre, l’epigrafe si segnala anche per il nuovo modo di scrivere sulla pietra: nuovi tipi di carattere (come quelli che a decine si trovano sul Word con il quale digito queste note) si affacciano sulla scena della comunicazione.

Non basta. C’è un altro mistero in tutta questa storia.

Infatti: nonostante gli sforzi di Ouldericus, nonostante Benevento fosse città del Papa-re, nonostante ci si riferisse ad un santo, ebbene, nonostante tutto questo, non solo la Chiesa di san Leone IX scomparve, ma in città si persero le tracce dello stesso culto del Papa a cui era intitolata.

Della cosa se ne stupì non poco alcuni secoli dopo Stefano Borgia, insigne studioso, Rettore Pontificio di Benevento, il quale ovviamente si era insediato proprio in quella Rocca, eretta a partire dal 1321, che aveva preso il posto della Chiesa. Scrive la Caruso:  “Stefano Borgia, nel secondo volume delle sue Memorie istoriche della pontificia città di Benevento, Roma 1764, racconta come abbia scoperto nel 1762 l’iscrizione dell’intitolazione della chiesa a papa Leone IX durante alcuni lavori di restauro della Rocca da lui ordinati, forse ancora dovuti al sisma del 1702, fece spostare grosse lastre di marmo, fra le quali anche quella recante l’epigrafe di Guglielmo di Balaeto che ricordava la fondazione della torre trecentesca. A seguito della rimozione, emerse l’iscrizione di Oudalricus, che era rimasta occultata per 4 secoli dall’altra”.

Nonostante gli sforzi del Borgia per ripristinare in città il culto di san Leone IX Papa, nel giro di quasi duecento anni i beneventani rimandarono nell’oblio quella figura. Forse in tutto questo non poco giocò l’anticlericalismo che aveva preso piede in città e che portò ad abbattere il potere pontificio con la cacciata, il 3 settembre 1860, dell’ultimo Rettore Pontificio dalla Rocca quattro giorni prima che Garibaldi con i suoi Mille entrasse in Napoli. Circostanza questa che comportò il promesso premio dell’Eroe dei Due Mondi: l’istituzione della Provincia di Benevento. Infatti, un presidio importante del potere temporale dei Papi sul fianco destro della colonna garibaldina in avanzata contro il Borbone era ritenuto un pericolo grave per il successo della spedizione.

Come che sia, la Caruso annota: “l’iscrizione fu di nuovo dimenticata, quando ci furono i lavori per la trasformazione del palazzo dei governatori pontifici, che divenne la sede della prima Amministrazione Provinciale d’Italia dopo il 1861”. La docente ha inoltre dubbi sul fatto che l’epigrafe non sia stata spostata dalla sua collocazione originale nei successivi restauri.

Questa affascinante storia complica, se possibile, i tanti misteri racchiusi nella Rocca. L’area di sedime e lo stesso complesso monumentale (longobardo e rinascimentale), nel corso dei secoli, hanno assolto ad una molteplicità sorprendente di funzioni: terrazzamento difensivo sannita, piscina romana con tanto di acquedotto, torre di controllo longobarda sulla principale via di accesso in città, prigione, sede di rappresentanza del potere pontificio, aspirante sede della Prefettura, sede museale, ed infine, oggi, sede della Provincia e di Sale espositive. Il tutto “condito” da cisterne per l’acqua potabile,cunicoli misteriosi che non si sa bene dove puntino, scale che al di sotto dell’attuale piano di calpestìo portano chissà dove, … e, perdi più, nel 1998, quando si chiuse l’ultimo restauro in ordine di apparizione, gli archeologi non avevano di certo finito di scavare e di esplorare il sottosuolo.

Chissà cosa c’è ancora là sotto; chissà perché nessuno si ricorda più di san Leone IX papa; chissà perché non tutti i santi hanno santi in Paradiso.

 

Antonio De Lucia