Il senso di una stele

Il Trattato di Campoformio del 17 ottobre del 1797 con il quale Napoleone Bonaparte cedeva Venezia e il Veneto all’Austria amareggiò profondamente Ugo Foscolo.
E non solo.
Infatti, in quell’ultimo scorcio del secolo XVIII, molti rivoluzionari italiani, i “giacobini”, simpatizzanti come il poeta di Zante della causa francese giudicarono un voltafaccia la decisione di Napoleone Bonaparte di chiudere in quel modo la sua prima campagna d’Italia: il Condottiero venuto dalla Corsica via Parigi aveva infatti suscitato in loro la speranza di poter riunificare l’Italia.
Ed invece – questo il giudizio finale dei rivoluzionari italiani – la Francia non aveva voluto realizzare quello Stato unitario agognato già dai tempi di Dante Alighieri (“Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!”- “Divina Commedia”, Purgatorio, Canto VI).
Dov’era andata a finire, dunque, la Francia del 14 luglio 1789, quella che era andata della Presa della Bastiglia al grido di Egalitè – Libertè – Fraternitè contro il dispotismo del re Luigi XVI e i privilegi feudali in nome della Ragione e della borghesia, portando a compimento, nei fatti, il processo di pensiero noto come Illuminismo (partito in Inghilterra e in Scozia già circa un centinaio di anni prima)?
Perché di fatto l’uomo di Ajaccio aveva svenduto l’Italia alla Casa Asburgica?
Chi era dunque quel giovane ufficiale dell’Esercito transalpino, il Bonaparte appunto, che, asceso ai vertici dello Stato dopo il periodo del Terrore, dopo Robespierre, dopo la ghigliottina che mieteva teste senza sosta, dopo la vittoria degli “straccioni di Valmy” del 1792 contro i prussiani, insomma chi era quel Còrso che vedeva le cose in grande (ah, la granduer francese …)? Bonaparte aveva guidato l’occupazione militare di buona parte della Penisola, forte del fatto che la classe intellettuale e persino di una cospicua parte della stessa classe nobiliare italiane erano dichiaratamente “illuministi”, si richiamavano alla Massoneria (i “Framassoni”), plaudivano i moti rivoluzionari transalpini e ritenevano che, su quegli ideali e su quegli esempi, si doveva ri-costruire l’Italia. La simpatia per la Rivoluzione francese di molti italiani che mal sopportavano la frammentazione politica del nostro Paese e i regimi che lo governavano (in particolare quello di Ferdinando I, il “Re Lazzarone”, a Napoli) aveva costituito un clima favorevole alla invasione di Bonaparte.
Potremmo dire, dunque, che il Còrso si era deciso … ad “esportare la democrazia”, lanciando una moda che avrebbe trovato molti seguaci, l’ultimo dei quali, un paio di secoli più tardi, è stato il Presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush che prese a cuore il destino politico dell’Iraq con i felici esiti su scala globale di cui godiamo quotidianamente.
Tornando al 1797, insieme all’ovvia ostilità di chi era schierato per lo status quo ante o per l’ancient regime, si registrarono, dopo iniziali entusiasmi, segnali di profonda ed autentica insofferenza per l’invasione francese anche da parte di chi quella campagna militare l’aveva agognata.
L’ostilità esplose anche a Benevento, minuscolo possedimento dello Stato pontificio circondato dal Regno di Napoli: la rabbia anti-francese venne alla luce perché i cugini transalpini azzannarono al collo ed indiscriminatamente la cittadinanza.
Ecco cosa accadde pochissimi giorni prima che, nella vicina Capitale del Regno di Napoli, il 23 gennaio 1799, ispirata dai Francesi, fosse proclamata la Repubblica Napolitana, quella che vide protagonista, tra gli altri “giacobini”, la giornalista Eleonora Fonseca Pimentel.
Il 19 gennaio 1799, dunque, alle porte della “enclave” pontificia di Benevento si presentò, senza incontrare resistenza, una colonna militare transalpina, forte di tremila uomini, agli ordini di Braussier. Di fatto, quello era un attacco allo Stato del Vaticano (sebbene lo stesso si trovasse circa 200 chilometri più a nord).
I francesi, ufficialmente, erano venuti a portare gli ideali della Francia rivoluzionaria anche tra le ottenebrate menti indigene papaline.
Le cose, però, andarono in maniera diversa.
Braussier e i suoi, infatti, si dichiararono preoccupati per le misure adottate dai beneventani per custodire l’oro e l’argento costituenti il tesoro del Duomo, di altre Chiese e del Monte dei Pegni (voluto anni addietro dall’Arcivescovo Orsini quale strumento per aiutare gli insolventi e i meno abbienti).
I francesi, dunque, decisero di portare fuori pericolo, prendendone direttamente cura, quelle immense ricchezze.
Ora, per quanto strano possa sembrare, quando fu chiaro il disegno di Braussier e dei suoi, i beneventani non ne apprezzarono le nobili finalità.
Anzi, dapprima scesero per strada a protestare e poi inseguirono i francesi che intanto, messo il tesoro su una molteplicità di carri, avevano preso la via di Napoli per … metterlo al sicuro. Eguale irritazione mostrarono gli abitanti dei centri confinanti con Benevento, anche quelli sudditi del Regno di Napoli.
I transalpini, che per via del carico viaggiavano lentamente, furono agganciati dai sanniti il 20 gennaio del 1799 fuori dallo Stato pontificio, a Montesarchio, in località Campizze.
La folla espresse la propria dispiacenza per quanto era accaduto a Benevento, ma i francesi non gradirono né le proteste, né le motivazioni alla loro base.
Nello scontro che ne seguì l’Esercito regolare francese insegnò le buon maniere e i precetti rivoluzionari agli ingrati e sprovveduti beneventani, la gran parte dei quali era a digiuno dei rudimenti dell’arte bellica. Alla fine gli scortesi “papalini” piansero decine e decine di morti: è ben accreditata la tesi che le vittime siano state 400. La sola piccola comunità (peraltro fuori dai confini dello Stato pontificio) di Ceppaloni perse 10 uomini.
Nel 200° anniversario, cioé nel 1999, per ricordare quella strage, il Comune di Benevento appose, ai piedi del Monumento a Papa Orsini, nella omonima piazza, una stele dedicandola “A tutti i Martiri delle Insorgenze”.
Giusto onorare i morti di quella carneficina: quegli uomini vollero reagire ad un atto di sopruso e di violenza, una vera e propria rapina a mano armata, nemmeno compiuta nel corso di un’attività bellica in quanto la Francia non aveva dichiarato guerra allo Stato Vaticano.
Insomma, i Francesi si erano comportati da pirati, altro che Illuminismo, Diderot, Enciclopedia Francese, Voltaire, Rousseau e mito del “buon selvaggio” (per la serie: a predicare sono bravi tutti …).
C’è, tuttavia, un “ma” in quella stele comunale beneventana del 1999.
Siamo sicuri che i beneventani che partirono all’inseguimento dei Francesi in quella tragica giornata di gennaio fossero tutti degli autentici “Insorgenti”?
Secondo il Dizionario Treccani, insorgente è colui che si solleva, che si ribella contro un’autorità o contro un oppressore. Tuttavia, il Comune di Benevento, quando appose la stele con la dedica ai “Martiri dell’Insorgenza”, agì, com’è del tutto evidente, sulla scorta di una sensibilità e in un contesto politico-ideologico di chiara ispirazione cattolica (o almeno di una parte di quel mondo) che individua l’insorgente in colui che non solo genericamente si ribellò, ma che precisamente si rifiutò di aderire alle idee dell’Illuminismo (movimento culturale e politico evidentemente considerato l’origine di tutti i mali contemporanei da parte degli ambienti dellla destra cattolica). Insorgente, in tale ottica, è chi si opponeva al Secolo dei Lumi, agli intellettuali illuministi e massonici (francesi o italiani che fossero) e all’invasore napoleonico.
Ora, l’iniziativa dell’Amministrazione comunale di Benevento del 1999 fu legittima, sia chiaro, anche perché va ricordato che i Francesi si comportarono in quella campagna militare italiana con spietata determinazione nei confronti dei propri nemici italiani, cioé gli “insorgenti”. A Napoli, ad esempio, il generale Championnet represse la rivolta dei “lazzari” napoletani, facendo alcune migliaia di morti tra i nostalgici del “Re Lazzarone”, scappato con la moglie austriaca grazie all’aiuto dell’Ammiraglio inglese Horatio Nelson (successivamente nominato Duca di Bronte in Sicilia proprio per quella azione e la successiva crudelissima repressione della Repubblica).
Insomma, i Francesi erano disposti a tutto pur di conquistare il potere in Italia, anche passando sull’oro dei beneventani.
Che però non erano tutti “insorgenti” in senso stretto.
Bisogna, infatti, considerare la particolare condizione istituzionale di Benevento che obbediva (talora molto malvolentieri) direttamente al Papa-re addirittura dal 1077. Ricorrenti in quei 7 secoli erano state le rivolte contro il Rettore pontificio: a lungo la città restò divisa in due fazioni poliche contrapposte, trasversali in quanto a connotazione sociologica ed economica, dando vita a sanguinosi conflitti.
A Benevento la spinta anticlericale o almeno antipapalina era sempre stata fortissima e lo sarà anche successivamente la fine del potere francese in città, come dimostra, ad esempio, la conclusione tragica della rivolta di Sabariani e dei suoi proprio accanto alla Chiesa di Santa Teresa nel contesto dei moti del 1848.
E non bisogna dimenticare che il grande Segretario di Stato dei Borbone, Bernando Tanucci, nel 1767, in piena campagna riformatrice contro i privilegi ecclesiastici da parte del Re di Napoli, partì all’attacco dei possedimenti pontifici di Benevento e Pontecorvo, occupandoli: successivamente gli stessi vennero restituiti alla Santa Sede solo dopo la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773.
Dunque, nell’ottica dell’ancient regime, una assoluta identità di vedute Santa Sede – Borbone in quel 1799 è difficile da individuare, tanto più che il Borbone considerava “fumo negli occhi” la città di Benevento posta proprio al centro del proprio Regno sulla direttrice Napoli – Puglia (via Appia).
Inoltre quando, il 5 giugno 1806, Napoleone elevò il Maestro di tutti camaleonti, cioé Talleyrand-Perigord, a principe e duca di Benevento e quando questi affidò a Louis de Beer (persona di ben diverso stampo morale) il governo della città, a collaborare con l’amministrazione francese furono, tra gli altri, due sacerdoti beneventani: Gaetano Barone e Nicola Buonanni.
In sostanza, ad andare all’attacco insensatamente dell’Esercito francese, a Campizze in quel 1799, vi furono certo gli Insorgenti, ma anche molta gente disperata, che aveva perso tutto il proprio oro e che probabilmente non passava il proprio tempo a discettare di Filosofia, Religione e Politica.
Forse, la stele di Piazza Orsini avrebbe dovuto essere dedicata oltre che “Ai Martiri Insorgenti” anche “Ai Popoli vittime delle razzie degli Eserciti occupanti”.
La cosa, probabilmente, avrebbe aiutato tutti noi a ricordarci anche di altri fatti. Di quando, ad esempio, eravamo “Italiani, brava gente”.
Tanto brava e tanto buona era questa gente italiana che, nel Ventennio fascista, esportò … la civiltà in Etiopia, massacrando la popolazione inerme con il gas iprite (già vietato dalle Convenzioni internazionali), sterminando il popolo di religione copta di Debrà Libanòs. E portando a Roma, come bottino di guerra, una Stele, una pietra carica di valori, quella della Città Santa di Axum.
Antonio De Lucia