Otto giorni d’inferno

26 febbraio 1266.

Una data indimenticabile per la città di Benevento, impressa come un marchio nella memoria di molti docenti, storici, collezionisti o semplici appassionati, italiani e non, del MedioEvo. Un pò meno, forse, in quella dei beneventani.

E’ un bivio, uno spartiacque, attraverso il quale la storia medievale ed anche quella ‘moderna’ della nostra città s’incammina per una strada chiara, ben delineata dal risultato della famosa battaglia della piana delle Rose sul fiume Calore, ai piedi del monte san Vitale. Uno scontro cruento, che sentenzia definitivamente la vittoria del Papato guelfo sull’Impero ghibellino, la fine del potentissimo casato degli Hohenstaufen, incarnato in questo frangente dal re di Sicilia Manfredi e, conseguentemente, la completa o quasi estinzione della compagine sveva dall’Italia meridionale. A Corradino, infatti, ultimo esponente della nobile stirpe germanica, toccherà un destino simile a Tagliacozzo, un paio di anni più tardi.

Il conflitto tra le due fazioni, fatto di reciproche schermaglie, si protraeva ormai almeno da un quarantennio ed aveva visto, come principali protagonisti, papa Gregorio IX e Federico II. Con la morte di entrambi, dopo il 1250, tocca ai loro successori rintuzzarsi e rivitalizzare gli scontri.

Nel 1258, approfittando di una falsa notizia relativa alla presunta morte di Corradino, legittimo erede poiché nipote diretto dello stupor mundi, Manfredi di Hohenstaufen, figlio legittimo dello stesso Federico, s’impossessa della corona di Sicilia e dei domìni meridionali. Il francese Urbano IV, allora pontefice, determinato a concludere vittoriosamente e definitivamente le ostilità con l’Impero e voglioso di estendere di nuovo il potere temporale dello Stato Pontificio sul sud d’Italia, dapprima, il 29 marzo 1263, scomunica il sovrano svevo, rendendone vacante il trono e, subito dopo, comincia a tessere la trama di una trattativa segreta con un altro sovrano europeo, che da allora in poi diventerà sempre di più il braccio armato del Papa: Carlo I d’Angiò.

Carlo I d'Angiò. Palazzo Reale, Napoli

Carlo I d’Angiò. Palazzo Reale, Napoli

Carlo, proprio lui. Settimo ed ultimo figlio del re di Francia Luigi VIII, destinato alla carriera ecclesiastica fin quando, nel 1232, le morti dei fratelli più grandi Giovanni e Filippo Dagoberto gli consegnarono in eredità i vasti possedimenti di Angiò. Formatosi nell’atmosfera della corte d’oltralpe, dove guerre e tornei si univano all’amore per la poesia cortese ed il canto, dopo aver sposato Beatrice di Provenza con lo scaltro aiuto della madre, Bianca di Castiglia, e di Innocenzo IV, aveva stipulato, il 30 aprile 1265, un patto d’acciaio col nuovo papa, Clemente IV: avrebbe ottenuto, come vassallo, la corona dell’intero Regno di Sicilia, in cambio della piena sovranità feudale della Chiesa sul Regno e della definitiva separazione di questo dall’Impero germanico e dal resto d’Italia.

Unica eccezione Benevento, che doveva rimanere una ‘isola’ pontificia all’interno del ‘mare’ francese.

Il piano diventa operativo il 20 gennaio dell’anno successivo, quando il sovrano angioino, dopo essere stato incoronato al Laterano re di Sicilia due settimane prima, scende col suo esercito verso il Sud e, seguendo la via Latina, attraversa le valli del Volturno e del Calore per sbarrare la strada alla ritirata sveva verso la Puglia. Lo scontro finale con Manfredi si ha a nord-ovest della città sannita e segna il definitivo tramonto dei sogni imperiali e della gloria degli Hohenstaufen.

E’ il 26 febbraio 1266.

Benevento è nelle mani di Carlo. Il re, dopo aver visto con quanta facilità i nobili del regno avevano tradito il suo predecessore, non ritenne assolutamente opportuno fidarsi di loro. Impose quindi un governo dispotico, come aveva già fatto in Provenza.

E diede subito ai beneventani un’anteprima di quella che sarebbe stata la sua tirannia: nelle ore successive la conquista, lasciò le sue truppe libere di saccheggiare per 8 giorni la città, operando omicidi, rapine e stupri.

Allo schiudersi del Cinquecento, le parole del notaio beneventano Marinus De Maurellis, protagonista appassionato delle vicende e delle sciagure della nostra città, ci fanno riflettere, ancora oggi, sull’inutile e gratuito massacro:

L’esercito di Carlo, inebriato dalla vittoria, devasta crudelmente Benevento senza risparmiare né vecchi né fanciulli né sacerdoti. Così l’intera città, benché docilmente sottomessa al nuovo re, non riesce ad ottenere il benché minimo riguardo: molte case distrutte, le mura della città rase al suolo, le vergini violate pubblicamente.